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TikTok, accordo USA appeso a un filo tra Washington e Pechino

  • Immagine del redattore: nilsi  mole
    nilsi mole
  • 4 giorni fa
  • Tempo di lettura: 2 min

l destino di TikTok negli Stati Uniti resta sospeso in una zona grigia fatta di compromessi politici e interessi economici contrapposti. A distanza di pochi giorni dall’annuncio di un nuovo assetto societario pensato per evitare il bando dell’app, da Pechino arriva una presa di posizione che chiarisce molto senza sciogliere davvero i nodi. Il messaggio, in sostanza, è che la Cina non intende ostacolare l’operazione, ma non la sostiene apertamente e soprattutto non è disposta ad accettare forzature mascherate da collaborazione.


Il piano prevede il trasferimento delle attività statunitensi di TikTok in una nuova società, la TikTok USDS Joint Venture LLC, controllata da investitori americani e di Paesi alleati. La casa madre ByteDance conserverebbe una quota di minoranza, pari al 19,9%, mentre il resto del capitale sarebbe suddiviso tra nuovi investitori e soci già presenti. Un equilibrio studiato per rispondere alle richieste di sicurezza nazionale avanzate da Washington senza arrivare a una cessione totale dell’app.


A commentare l’intesa è stato il ministero del Commercio cinese, attraverso la portavoce He Yongqian, che ha parlato di una soluzione auspicabile solo se conforme alle leggi cinesi e capace di bilanciare gli interessi di tutte le parti coinvolte. Una formulazione che, secondo molti analisti, pesa più di quanto sembri: non è un via libera convinto, ma una tolleranza condizionata. Pechino accetta l’accordo, purché non si trasformi in una sorta di esproprio tecnologico.


Uno dei punti più delicati riguarda infatti l’algoritmo di raccomandazione. In base all’intesa, ByteDance concederebbe in licenza la propria tecnologia di AI al nuovo soggetto statunitense, che la userebbe per addestrare un sistema separato. La sicurezza dei dati e dell’infrastruttura verrebbe affidata a Oracle, già partner di TikTok negli Stati Uniti. Una soluzione che prova a rassicurare il governo americano senza violare le rigide norme cinesi sull’export di tecnologie sensibili.


Il precedente del 2020 resta sullo sfondo come un monito. All’epoca un accordo simile, che coinvolgeva Oracle e Walmart, naufragò dopo l’aggiornamento delle regole cinesi sul controllo delle esportazioni, estese proprio agli algoritmi di raccomandazione. Anche per questo oggi Pechino mantiene un profilo prudente, definendo l’operazione come una questione commerciale e non politica, ma ribadendo implicitamente che la pazienza ha dei limiti.


Dal punto di vista cinese, l’intesa viene presentata come il risultato di una negoziazione e non come una resa alle pressioni statunitensi. Un modo per evitare critiche interne e per dimostrare che le aziende tecnologiche nazionali restano sotto la tutela delle autorità di Pechino, anche quando operano all’estero. Allo stesso tempo, il riferimento a un “ambiente equo e non discriminatorio” negli Stati Uniti suona come un avvertimento: concedere oggi non significa accettare nuove restrizioni domani.


Il nuovo assetto dovrebbe entrare in vigore il 22 gennaio 2026, appena un giorno prima dell’attivazione della legge americana che impone la vendita o il divieto dell’app.

 
 
 

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